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L'Ape nella storia

L'Ape nella storia

Quando sulla terra è comparso l'uomo, le api avevano già completato la loro evoluzione. L'uomo primitivo, nomade, cacciatore, predatore, ha scoperto un alveare colmo di miele probabilmente nel tronco cavo di un albero e ne ha subito apprezzato le qualità alimentari. E' nato il rapporto uomo ape, testimoniato da una antichissima pittura rupestre di oltre 10.000 anni fa in cui si vede un uomo che, con il fuoco, scaccia le api da un alveare per impadronirsi dei favi colmi di miele.

Le tribù che in seguito sono diventate stanziali hanno cominciato a programmare le loro fonti di alimentazione, coltivando i campi, allevando bestiame e allevando le api in alveari artificiali di paglia impastata con il fango, terracotta, sughero. Così nacque l'apicoltura. Il prelievo del miele avveniva solitamente con l'uccisione delle api; la famiglia veniva successivamente sostituita grazie alla cattura di uno sciame selvatico.

In seguito furono messe a punto tecniche per raccogliere parte del miele senza sopprimere le api. L'estrazione del miele avveniva strizzando la cera che conteneva il miele. Con questa tecnica si produceva una notevole quantità di cera, preziosa per l'economia di quei tempi antichi in quanto non c'era la luce elettrica e le candele di cera erano un comodo mezzo di illuminazione. Altro prodotto dell'alveare molto usato nell'antichità era la “propoli”, adoperata nell'antico Egitto per la preparazione delle mummie.



L'apicoltura dai tempi degli egizi e degli antichi romani non ha significative evoluzioni fino al 1850: da quel periodo inizia la fase moderna dell'allevamento delle api che terminerà con la messa a punto dell' arnia a telaio mobile. Si inducono le api a costruire il favo all'interno di una cornice (telaino) che può essere estratto dall'alveare. Grazie a questo accorgimento si può raccogliere il miele inserendo i favi con la loro cornice nello smielatore centrifugo; il favo potrà successivamente essere reso alle api e sarà nuovamente riempito di miele senza che le api debbano ricostruire le cellette.

Con questa tecnica si ottiene una maggiore produzione ed un aumento della qualità del miele che viene così separato dalla cera. Nel 1851 il reverendo americano Lorenzo Lorraine Langstroth scoprì lo “spazio d'ape” e perfezionò l'arnia a favi mobili e i telaini erano appesi nell'arnia lasciando fra di loro uno spazio di 9,5 mm detto spazio d'ape. Ciò permetteva l'estrazione dei telaini senza difficoltà.

Sull'arnia era possibile aggiungere vari corpi (melari), per l'allevamento della covata o per l'immagazzinamento del miele. L'arnia classica da 10 telaini deriva dal modello originale ideato dal reverendo Langstroth e successivamente modificato da Charles Dadant nel 1859 e da Blatt. Dal modello Dadant-Blatt venne standardizzata l'arnia italiana nel 1932: l'arnia Italica-Carlini e successivamente modificata.

Era finalmente nata l'arnia moderna ancora oggi in uso con poche varianti e il materiale piu' comune per costruirla è il legno di abete dello spessore di 25 mm. L'uomo quindi alleva le api per produrre il miele e gli altri derivati dell'alveare, ma sarebbe sbagliato pensare che abbia addomesticato questi insetti così come ha fatto con altri animali oggetto di allevamento.

Le api pur vivendo nell'arnia messa a disposizione dall'uomo mantengono lo stesso comportamento di quelle che vivono allo stato naturale all'interno di un albero. Visitano i fiori, immagazzinano il miele per la loro alimentazione, l'apicoltore sfrutta il loro istinto ad immagazzinare scorte di miele e ne preleva dall'alveare solo una parte, curando che le api ne abbiano a sufficienza per le loro necessità. Inoltre, grazie al telaino mobile, controlla che tutto l'alveare funzioni regolarmente seguendo l'evolversi della famiglia con il progredire della stagione.



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